Questa discussione è chiusa

TFB Smells like Teen Spirit
#1

Citazione:Attenzione! Il seguente topic potrebbe contenere immagini turbanti, atti di bullismo ed espressioni forti! Cambiate discussione se siete facilmente impressionabili! Oddio, ci tengo comunque a precisare che non si sfocia nell’esagerazione, ma è sempre meglio avvertire prima, che non si sa mai! U_U Ovviamente, se gli amministratori dovessero ritenerlo necessario, non si facciano problemi a chiudere questa sezione!
P.S: Se qualcuno volesse unirsi, è liberissimo di farlo *_*

Salkhar
Vulcan/Romulan
Anno 2258 (Sessione primaverile)
Sala mensa dell'Accademia della Flotta Stellare

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Salkahr: 19 anni - Cadetto al terzo anno di Fisica e Astronomia
Tan-Kantlya Heparel: 21 anni - Cadetto al primo anno di Xenoantropologia ed etnologia

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“Le lezioni di quel Midway sono sempre una noia micidiale. Lui e le sue maledette intelligenze artificiali.” Nella confusione generale della fine delle lezioni, la voce di seccata di Hak-rim era quasi impercettibile, ovattata dal vociare dei numerosi gruppi di studenti che si accalcavano tra i corridoi, sollevati di potersi godere un momento di tregua da una giornata che si prospettava essere ancora lunga. Se non fosse stato per il suo infallibile udito vulcaniano, si sarebbe potuto risparmiare i piagnistei del suo lagnoso compagno di stanza, che aveva sempre da ridire su tutto, da quando lo conosceva, anche sulle cose più banali. Quelli trascorsi col coreano Song Hak-rim, figlio dell’ ex-Capitano Song Hyeong-jong di una delle astronavi della Flotta Stellare, erano stati i sei mesi più infruttuosi della sua vita, dal punto di vista culturale. Quel tipo non s’era mai dimostrato ben disposto nell’affrontare temi troppo impegnativi e sembrava non avere interesse per nulla in particolare, fatta eccezione per certi tipi di argomenti poco inerenti alla sua attività accademica. “Quanto ci scommetti che ne ha anche un paio nascosti nell’armadio, programmati per ogni genere di porcheria intergalattica?” Il sesso era, evidentemente, uno dei suoi preferiti. Ma, per quanto gli riguardava, il giovane mezzosangue non si riteneva un grande estimatore del genere.
“Il professor Midway meriterebbe un po’ più di rispetto, Hak-rim.” Sorvolò volutamente sull’ultima affermazione e il suo suonò più come il consiglio di un intenditore che come un ammonimento. Non aveva alcuna intenzione di mettersi a fargli la paternale, non era mica la sua balia. Di quello avrebbe dovuto occuparsi la sua famiglia tempo addietro, invece di pensare a procurargli tutte le raccomandazioni interstellari di cui aveva bisogno per proseguire nel percorso di studi. Ma era convinto, il vulcaniano, che questo atteggiamento non lo avrebbe portato molto lontano. Non che Hak-rim aspirasse a ricoprire chissà quale carica, comunque. Gli aveva già confidato a suo tempo che gli sarebbe bastato potersi guadagnare lo stipendio col minor dispendio di energia possibile, nonostante il Capitano a riposo avesse in mente altri progetti per lui. In un certo senso, la situazione gli ricordava vagamente quella col suo defunto padre. Solo che Salkahr era sempre stato un figlio troppo modello, remissivo ed accondiscendente.
“Il suo talento nelle discipline informatiche ed ingegneristiche lo rende una delle eccellenze della Flotta Stellare. E’ un vanto poter frequentare le sue lezioni e, personalmente, ho trovato estremamente interessanti quelle poche a cui ho avuto occasione di assistere.” Proseguì con stoico decoro, che non lasciava trasparire neppure un briciolo dell’ammirazione che sembrava provare nei confronti di quell’uomo. Hak-rim avrebbe giurato di aver visto riflesso negli occhi del vulcaniano lo stesso entusiasmo distinguibile in quelli di un andoriano intento a leggere il libretto di istruzioni di un nuovo frigorifero. Ma la realtà era che, quando aveva tempo a disposizione, il mezzosangue si concedeva l’opportunità di curiosare ai suoi corsi o di sfogliare i suoi molti trattati scientifici.
“Per te non c’è una diavolo di cosa p*****a che non sia interessante, Salkar.” Sbuffò, il ventunenne di origine asiatica, che nel frattempo aveva portato le mani ad incrociarsi dietro la nuca. “Sei quasi più noioso di lui, amico.” Aggiunse, guadagnandosi, dal vulcaniano, un’occhiata sbieca, piatta ed indecifrabile. “Dovresti trovarti una ragazza, invece.” Eccolo che ricominciava. Gli era sembrato strano che fosse riuscito ad accantonare l’argomento per più di qualche secondo. Approssimativamente, aveva calcolato un’astinenza di ben un minuto, sette secondi e trentatré millesimi. Una cifra da record, considerando il soggetto preso in esame. Neppure si rese conto di aver sbuffato leggermente dalle narici nel mentre che aveva sfilato la mancina dalla tasca dei pantaloni della divisa per passarsela tra i capelli.
“Potresti provare con l’orioniana del corso di fisica. Ho visto come ti guardava i bassifondi l’altro giorno.” Stavolta Hak-rim una qualche reazione era riuscito ad ottenerla, visto che il vulcaniano aggrottò la fronte in un’espressione accigliata. “Bassifondi?” Ripeté tra sé e sé, sforzandosi di trovare un senso a quell’affermazione apparentemente illogica. A dire il vero, non erano rare le volte in cui la logica paresse mancare dalle parole di quel tipo ed era quella l’unica sfida che aveva trovato nella loro convivenza forzata: cercare di decifrare i suoi messaggi in codice. Nei sei mesi che aveva trascorso sulla Terra aveva imparato a capire poco e niente della razza umana, ma ci stava mettendo tutto l’impegno possibile. Aveva letto in qualche libro di linguistica che gli umani amassero esprimersi per mezzo di metafore, ma non sempre gli era facile identificarle. Per non parlare di quelle cose che loro chiamavano “umorismo” ed “ironia”, di cui conosceva giusto scarne definizioni. Ma si augurava di migliorare, nel tempo. Ad esempio, quella dei bassifondi doveva avere un qualche senso figurato, riconducibile al precedente consiglio di Hak-rim sull’inizio di una possibile vita relazionale per il vulcaniano. “Se alludi alle attenzioni della signorina Harrad-Sar nei miei confronti, posso assicurarti che si tratta solo di un interesse di tipo accademico. Mi ha confidato di avere difficoltà con le fluttuazioni delle strutture galattiche primordiali soggette all’instabilità gravitazionale.” Cercò di smentire il mezzosangue, che si fermò faccia a faccia con l'asiatico nel momento che giunsero all’entrata della Sala Mensa, ma la reazione del tutto inaspettata di Hak-rim suggeriva che egli fosse di tutt’altro avviso. “Sì, certo, le fluttuazioni gravitazionali, come no.” Accompagnò il suo dire con un gesto delle dita che alludeva ad una marcata ironia. Il sopracciglio di Salkahr si sollevò quasi contemporaneamente. E, ovviamente, alla vena irrisoria non fece minimamente caso. “Continua a dormire, vulcan, e te le farai soffiare tutte da sotto al naso. Ci vediamo stasera, campione.” Lo sguardo perplesso del vulcaniano lo seguì fino a che non fu sparito oltre l’angolo in fondo al corridoio. “Soffiare?” Mormorò interrogativo, accingendosi, infine, ad entrare nell’enorme atrio.
#2

Tan-Kantlya Heparel
Human/Betazoid
Seduta ad un tavolo accanto la vetrata che da sul cortile Tan-Kantlya mangia in silenzio il suo pasto. La scelta verte quasi sempre su carote in umido e uova al tegame. La forchetta impugnata dalla mancina affonda nel tuorlo rompendolo. Il liquido rosso e denso fuoriesce dalla patina che lo conteneva e cola sul bianco albume. La forchetta segue la direzione del tuorlo, come una barchetta di carta è trasportata dai rigagnoli che invadono le strade in una piovosa giornata. La ragazza imbocca la posata ricoperta di tuorlo colante e la trattiene per qualche secondo, il tempo necessario perché la lingua pulisca via fino all’ultima goccia del rosso dell’uovo. Le piace giocare col cibo piuttosto che mangiarlo.
Alza per un attimo lo sguardo dal piatto e si guarda intorno. Ragazzi e ragazze provenienti da vari pianeti si muovono da una parte all’altra della sala mensa. A volte si fermano a conversare per poi riprendere la loro ricerca del posto a sedere dove consumeranno il proprio pranzo. Il loro spostarsi in direzioni diverse e i loro movimenti frenetici le ricordano un acquario affollato da migliaia di piccoli pesci colorati. Già, proprio così. Osservare questa scena per lei è come contemplare un acquario muto, in cui nuotano tante creature, mute anche loro nonostante continuino ad aprire e chiudere la bocca, come se avessero tante cose interessanti da dire. E lei? Lei vi è dentro, ma siccome i pesci sono muti, non può parlarci, non può sentirli. Tuttavia non v’è silenzio, anzi. Una musica proveniente da un paio di piccole cuffie, sparata a tutto volume nelle orecchie, rimbomba nella sua testa. Gli occhi si fanno piccoli nel concentrare l’attenzione sulle labbra di un’andoriana per verificare se effettivamente riesca a sentire qualcosa, ma nulla, la musica è troppo forte. Vede solo delle labbra che si deformano per emettere …. nulla. Lo sguardo si rilassa e rivela due occhi stanchi, come di chi non dorme da ore, esprimere sollievo per la constatazione avvenuta. Da quando è entrata all’accademia non è riuscita a trovare una soluzione efficace al suo problema. Sul suo pianeta c’erano le strutture e gli strumenti adatti per aiutare i soggetti affetti da casi come o simili al suo, ma la terra non era attrezzata, quindi doveva arrangiarsi. Di giorno evitava il più possibile gli ambienti affollati e rumorosi e quando non poteva, come nell’ora di pranzo, si affidava al suo lettore fornito di musica rock del ventesimo e ventunesimo secolo.
la forchetta stavolta affonda nella chiara mentre il coltello ne taglia un piccolo pezzo. Mentre ingoia il suo primo boccone, Tan-Kantlya sente una mano picchiettare delicatamente sulla sua spalla. Il busto le si irrigidisce e la testa si volta di scatto verso sinistra. Gli occhi veloci corrono dalla cintura fino al volto della nuova venuta passando punto per punto l’intera figura, come se cercasse segni particolari che la identifichino. E’ l’umana Tury Du Port, collega del corso di xenoantropologia che la saluta agitando energicamente la mano mentre si siede di fronte a lei. Sistemato il vassoio comincia a muovere le labbra e porta la destra all’orecchio facendo il gesto di sfilare delle cuffie invisibili. Il messaggio è chiaro. Ha voglia di fare quattro chiacchiere. Un rumoroso sospiro esprime tutta la sua riluttanza nell’accondiscendere al desiderio della sua compagna, ma Tury è sempre molto gentile con lei ed è una tipa a posto. <<forza e coraggio>> pensa e lentamente sfila via, prima dall’uno, poi dall’altro orecchio gli auricolari. Ecco che la barriera da lei creata va in mille pezzi e mille parole, risate, urla irritanti straripano dall’acquario e allagano la sua mente. Se la cosa si limitasse solo a questo, avrebbe una vita normale.
<<perché non provi a cambiare genere ogni tanto? Sempre con quella musica preistorica. Dovresti ascoltare qualcosa di più recente.>> esordisce Tury canzonandola amichevolmente. <<chi ti dice che non l’ascolto? Semplicemente questo genere mi aiuta a svuotare la mente dai tanti pensieri che mi ronzano nel cervello>> ribatte Tan-Kantlya in tono pacato. <<parliamo della Yeerum! Eddai! Spettegoliamo un po’ sulla Yeerum. Dai, che ho novità! Yeeruuum!>> implora la piccola francese in tono euforico, eppure le sue labbra serrate non hanno emesso alcun suono, neppure una parola di quanto ha appena udito la betazoide. E’ difficile distinguere i pensieri dalla conversazione, a meno che non si guardi in faccia l’interlocutore. Le era capitato più di una volta di aver accidentalmente risposto ai pensieri della persona con cui parlava lasciandola spesso interdetta. Ora però ha l’abitudine di non staccare mai lo sguardo dal volto di chi le sta di fronte. <<scommetto che sei qui perché hai novità sulla strega dell’ovest.>> riprende la betazoide <<che sia una cosa veloce perché devo tornare in camera prima che le lezioni riprendano>>. conclude in tono secco. E’ per questo suo carattere schietto, quasi rude, che molti non le si avvicinano. <<sei antipatica quando fai così, lo sai? Però c’hai azzeccato. Come hai fatto? E’ come se mi avessi letto nel pensiero>>. Tan-Kantlya la guarda perplessa non capendo se la sua compagna stia facendo dell’ironia o se è più stupida di quanto non sembri di solito. Tuttavia decide di tenere per sé quest'ultima considerazione e si limita ad un sarcastico <<ma non mi dire>>.
#3

Salkhar
Vulcan/Romulan
“Soffiare da sotto al naso”. I polpastrelli della dita ne sfiorarono la punta, mentre ancora ripensava alle parole di Hak-rim. A lui suonavano solo come un’accozzaglia di espressioni messe assieme alla rinfusa, a cui non riusciva ad associare neppure un barlume di significato. Continuò a rifletterci anche quando i suoi passi si arrestarono al termine della lunga fila di studenti in attesa del proprio turno al banco mensa. Per quanto ne sapeva, poteva anche trattarsi dell’ennesimo modo di dire terrestre e, anzi, ne era quasi certo, ma si chiese se non fosse il caso di controllare sul suo dPad per togliersi dalla testa ogni dubbio. Di gente da aspettare ce n’era ancora fino a vomitare e, vista la sua altezza, non ebbe bisogno di sollevarsi sulle punte dei piedi per poterlo verificare. Come minimo aveva davanti a sé altri venti minuti di attesa. Stando così le cose, aveva solo tempo da guadagnarci a dare un’occhiata veloce. La mancina, fasciata da un sottile strato di stoffa bianca, scivolò dalla tasca dei pantaloni alla giacca della divisa scolastica, che portava, come in genere, completamente sbottonata, a lasciare intravedere il tessuto nero di una semplice maglietta di cotone non molto attillata. Il dPad era nel taschino interno, da dove lo estrasse con un rapido gesto. Non gli sembrò il caso di ricorrere ai comandi vocali in un luogo tanto affollato, per cui opzionò quelli manuali, frattanto che, afferrando la punta di stoffa del medio con gli incisivi, si sfilava il guanto, lasciando in libertà la mano, dalla pelle chiara e lievemente verdastra. Un evento che accadeva davvero molto raramente, Dio solo sapeva quanto per lui fosse fastidioso restarne senza, almeno nei luoghi pubblici. Era nella natura dei vulcaniani rifiutare il contatto fisico, soprattutto quando questo coinvolgeva le mani, e Salkahr, poi, di questo rigetto, ne aveva fatto un vero e proprio stile di vita. E tutto perché gli era così dannatamente facile instaurare contatti telepatici con le altre persone da averne abbastanza già alla ridicola età di diciassette anni. Nella sua giovane vita riteneva di aver intrattenuto sufficienti legami mentali che neppure si erano rivelati benefici, soprattutto considerando il fatto che tre di questi si erano conclusi in tragedia. Avrebbe annichilito difficilmente il ricordo dello shock subito per la morte di T’Vel e ancora più strenua sarebbe stata l’impresa di liberarsi da quello inflittogli dalla perdita dei suoi genitori. Se la fine della sua promessa gli aveva bruscamente scaraventato addosso quello che con lei aveva condiviso col giuramento che li aveva legati, quella di T’Mana e T’maekh lo aveva letteralmente distrutto, nella mente e nel katra. Ma né per loro né per la fine di Vulcano aveva versato una sola lacrima. E forse Salkhar neppure sapeva piangere. Semplicemente, si era rassegnato all’idea di non poter far niente, accettando la situazione con la dignità vulcaniana che suo padre gli aveva insegnatom e con la stessa dignità aveva pure riconosciuto che qualcosa dentro di lui non sarebbe mai più stata la stessa: era cambiato il suo modo di vedere gli altri e sé stesso. Per questo non avrebbe più toccato nessuno, se non ne fosse valsa la pena, e sempre avrebbe considerato penosa la convivenza con quella sua ambigua natura romulana che, ora più che mai, non poteva e non voleva sforzarsi di comprendere. Sorak, probabilmente, gli avrebbe dato dell’emotivo.
“Salve, Salkar.” Una voce femminile, profonda, lo invitò a distogliere l’attenzione dal dPad e a sollevare il capo in sua direzione. Non impiegò molto a riconoscere la figura dell’avvenente orioniana del corso di fisica, affiancata da un esiguo gruppetto di studentesse (immaginava fossero conoscenti), poco lontano, sulla destra. La malizia che la creatura usò per avvicinarsi era qualcosa che il vulcaniano non poteva cogliere del tutto e che ricondusse, più che altro, al modo di fare della sua specie. D’altronde ricordava che Orione fosse particolarmente rinomato per la… disinvoltura delle sue donne. Per questo non ci vedeva niente di insolito nel fatto che il cadetto giocasse a fare la gatta morta, come la definiva Hak-rim, con lui.
Com’era quel detto terrestre? “Parli del diavolo e spuntano le corna.”
“Signorina Harrad-Sar.” Rispose al saluto con un leggero cenno del capo, mentre quella già gli stava a poco meno di un metro di distanza.
“Posso disturbarLa dopo le lezioni? Sa’, avrei bisogno di alcune delucidazioni sulle interazioni elettromagnetiche...” C’era qualcosa di strano nel modo di esprimersi dell’orioniana, a detta del mezzosangue. Qualche volta, aveva questa strana abitudine di parlare intensamente e sottovoce, nonché di marcare particolarmente alcune parole rispetto ad altre. “Magari nel mio alloggio, intorno alle sette…”
Chiunque altro sarebbe stato abbastanza sveglio da captare immediatamente il messaggio insito nella richiesta dell’orioniana, ma Salkahr non vantava certo una grande esperienza in fatto di donne, soprattutto non di questo genere. Le vulcaniane erano molto diverse dalla maggior parte di quelle che aveva conosciuto in Accademia e sarebbe stato pretendere troppo che un diciassettenne addestrato a somigliare ad un androide e a, forse, qualche anno luce dal primo Pon Farr ne sapesse qualcosa di sesso. Era illogico rifiutarsi di prestare aiuto ad una collega che, almeno, rispetto ad altri, si sforzava di rivolgergli la parola. Perché, in sei mesi, poteva dirsi ancora lontano dall’essere integrato col resto degli studenti. Non che ne avesse colpa, considerato che il vulcaniano era capace di attaccare bottone con chiunque anche solo per semplice curiosità, senza contare la strabiliante capacità di cominciare a parlare a ruota libera, se gliene si dava l’occasione. Eppure c’era qualcosa che lo differenziava dagli altri e che allo stesso tempo gli sfuggiva. Ai terrestri, il più delle volte, piaceva parlare di cose banali, e spesso gli era difficile stare dietro ai loro discorsi. Non poteva ridere assieme a loro, non ne capiva le battute e, soprattutto, non aveva idea del perché amassero così tanto dare inizio ad accese discussioni e violente risse. Un certo interesse reciproco aveva potuto trovarlo solo negli studenti del corso di xenoantropologia e una buona parte di questi erano di sesso femminile. Forse questo poteva anche servire a dare una spiegazione ad almeno il cinquanta percento dei nemici maschi che s’era creato nell’ambiente. L’altro cinquanta, o odiava i vulcaniani o non sopportava i secchioni.
“Sarà un piacere, signorina.” Le propinò la tipica frase di circostanza, mentre quella si mostrava molto più interessata a qualcos’altro.
“Era proprio quel che mi auguravo di sentire.” Sussurrò appena, scorrendo maliziosamente un dito all’altezza del petto del mezzosangue, che, da parte sua, non sembrò scomporsi minimamente. “Non faccia tardi, mh?” Si raccomandò, prima di voltarsi ed ondeggiare fino al gruppetto che s’era lasciata dietro poco prima.
“Non è costume dei vulcaniani ritardare.” Le fece eco, osservandola allontanarsi assieme alle sconosciute, tra moine e chiacchiericci indistinguibili nella confusione. A vederle così gli ricordavano uno stormo di oche starnazzanti che se ne ritornava alla stia. Forse ora cominciava a capire come funzionassero le metafore.
Almeno l’incontro era valso ad alleviargli i tempi d’attesa e ora non gli restava che riempirsi il vassoio. Aveva avuto modo di abituarsi precocemente al cibo terrestre, anche se qualcosa di vulcaniano all’Accademia si poteva sempre trovare. Da perfetto vegano, optò per diversi tipi di ortaggi e verdure e del latte di soia, poi si mise alla ricerca di un tavolo libero e non gli fu difficile trovare un posto, dal momento che una delle ragazze del corso di antropologia filosofica sbandierava la mano a pochi metri di distanza per attirare la sua attenzione. E lì si dirigeva quando qualcuno, passandogli accanto, con uno spintone, gli fece letteralmente volare il vassoio dalle mani, che andò a capitolare su un tavolo nelle immediate vicinanze. E, chissà perché, immaginava già chi potesse l’autore di un atto così insensato e gratuito.
“Hey, vulcan, ma che c***o fai? Guarda dove cammini, imbecille!”
#4

Tan-Kantlya Heparel
Human/Betazoid
Un boccone dopo l’altro Tan-Kantlya finisce le sue uova mentre Tury la intrattiene con le ultime notizie sulla terribile docente di xeno antropologia <<oggi se l’è presa con Masha, quella del corso di filosofia. Tutto solo perché Masha aveva sbagliato a pronunciare una parola durante la lettura del brano. La strega ha colto la palla al balzo per insultare la sua mezza natura bajoriana. Poverina! E’ rimasta fino alla fine della lezione con la faccia tra le mani per non far vedere che stava piangendo.>> La francese continua il suo sproloquio, non accorgendosi che la betazoide non le presta più attenzione. Come potrebbe? La sua mente è affollata di pensieri non suoi. Voci di diverso timbro, intonazione anche lingua a lei sconosciute si alternano senza sosta. Non si sa dove cominci una frase e dove ne finisca un’altra. Come quando si cerca di sintonizzarsi sul canale radio preferito girando senza sosta la manopola, tra tutti questi pensieri cerca disperatamente i suoi . “Cavoli! Nemmeno stavolta ho passato l’esame!....Quella cretina, chi si crede di essere?..... Lalala—lala—lalalalaaaa …. Perché Kaltar non vuole uscire con me? .... amico, ti ho chiesto solo di farmi copiare i tuoi compiti, mica di raccontarmi la storia della tua vita? …. Questa vita faschifo. Odio i miei genitori …. Porca miseria. Ma quanto parla Candra? L’unica cosa buona che ha delle bocce fantastiche. Ahhh, come vorrei affogarci dentro …”. Nelle orecchie ha il ronzio di mille api che si fa sempre più insistente mentre gli occhi schizzano da destra a sinistra tentando di seguire una voce in particolare, ben distinta dalle altre: la sua voce. Col capo chino sul petto sembra essere in una sorta di trance, tanto che Tury, appena si rende conto che l’amica è totalmente assente, la chiama per nome facendola sobbalzare riportandola alla realtà. <<ehi! Tutto bene? Mi dici a che pensi?>> Tan-Kantlya, ancora in stato confusionale guarda la compagna e poi riabbassa lo sguardo disorientato sul tavolo. Non avendo la più pallida idea di cosa pensasse, raccoglie l’ultima informazione passatale per la mente e la dice in tono distratto, senza rifletterci su due volte << … Pensavo alle bocce di Candra …. Credo …>> Tury aggrotta la fronte in segno di stupore. Non ricordava che a Tan-Kantlya piacessero le ragazze. Resasi conto di quanto ha appena detto, strizza gli occhi e scuote la testa <<che cavolo ho detto?>> pensa, ma subito si ricompone. Rialza lentamente il capo e con tono indifferente replica <<non puoi negare che abbiano un certo fascino e che scatenino l’invidia di molte di noi. Non trovi?>> Abbozzando un mezzo sorriso pur continuando a sbattere le palpebre per la sorpresa, l’altra si affretta a rispondere <<m-ma si. Assolutamente d’accordo. Ad avercele come quelle di Candra. Comunque non era di questo che stavamo parlando>>.
Tury volge lo sguardo verso la fila della mensa, come attratta da qualcosa di interessante. Un sorriso malizioso le si dipinge in viso e si rivolge all’amica con tono un po’ maligno <<guarda chi c’è? Harrad-Sar. Sembra che stavolta abbia scelto una preda piuttosto particolare. Quanti cadetti credi che le rimangano per completare la sua collezione?>> Tan-Kanltya osserva in direzione della fila, curiosa di conoscere la nuova vittima della bella orioniana. E’ un vulcaniano. Ha letto qualche libro a riguardo. Alcuni umanisti avevano azzardato l’ipotesi che questa razza non avesse emozioni, ma gli scienziati che avevano studiato la loro struttura cerebrale avevano provato la presenza del sistema limbico, quella parte del cervello atta alla realizzazione dei processi di natura emotiva, perfettamente funzionante, smentendo così la teoria. Dunque i vulcaniani provano emozioni per quanto sia difficile crederlo. <<non è carino? Chissà se è impegnato. E se ci provassi?Potrebbe rivelarsi un’esperienza interessante>> riprende Tury parlando dell’alieno dalle orecchie a punta. La betazoide accenna un sorriso canzonatorio e interviene <<se vuoi andare a letto con una pianta, te ne regalo una per Natale.>> la piccola francese le lancia un tovagliolo al suono di una sguaiata risata, che poco si addice al suo aspetto minuto e femminile. Grazie a lei però, era riuscita, anche se per poco, a distrarsi dal suo perenne stato di confusione. Forse era proprio quell’inarrestabile chiacchiera ad annichilire tutte quelle voci e a farle dimenticare l’intricata matassa di pensieri e sensazioni che non le appartenevano.
Il piacevole momento dura fino al momento in cui una fitta improvvisa le trapassa la testa. Fredda e dolorosa come il taglio di una lama, la costringe a piegarsi su se stessa mentre le mani afferrano con forza i lati del cranio, come a contenere un’esplosione imminente. il cuore accelera il battito il cui rumore rimbomba nelle orecchie. Il sorriso si trasforma in una smorfia di sofferenza subito seguito da un lamento. <<kantlya! Che hai?!>> L’amica preoccupata si protende verso di lei, ma quando la raggiunge è già tutto finito. La ragazza ansimante balbetta <<st-sto bene. Ho … ho dimenticato di prendere le medicine oggi. T-tranquilla, è passato.>> Passa il dorso della mancina sulla fronte madida di sudore e velocemente alza lo sguardo cercando qualcosa, o meglio, qualcuno. Tan-Kantlya conosce bene questa sensazione. Qualcuno che le è appena passato accanto l’ha contaminata con le proprie emozioni. Un sentimento forte di disprezzo misto ad un insano piacere ora la invadeva, senza capire per chi lo stesse provando. Gli occhi finalmente si fermano su un andoriano che si dirige verso il vulcan con prepotenza urtandolo di proposito. Il ragazzo colto alla sprovvista perde la presa del vassoio che vola a un metro di distanza. Cerca di controllare il respiro che si fa sempre più pesante. Rabbia, forse la sua, cresce in lei. <<sono stanca di “sentire”>> sibila a denti stretti. Sensazioni così sgradevoli sono le più forti e le più frequenti che le capita di provare. Per quanto cerchi di resistere alla fine ne viene sopraffatta, facendola sentire vulnerabile. Violata da mille mani invisibili che la toccano ed esaminata da cento occhi che la scrutano, lasciandole dentro una sgradevole sensazione di sporco. Lentamente si alza dalla sedia e si dirige verso l’andoriano e i suoi amici. Sa che i tre aspettano un qualsiasi pretesto per agire. Basta solo un gesto o una parola inopportuna da parte del ragazzo che, a giudicare dallo sguardo, sembra non aver ancora capito in che situazione si è involontariamente cacciato. La rabbia è tutt’uno col suo respiro, e più si avvicina ai ragazzi, più la sente bruciare dentro. <<non ora>>dice tra se e facendo appello a tutta la sua lucidità, riprende il controllo di sé. Prima che possa accadere qualcosa, raccoglie lentamente il vassoio da terra e si pone tra i ragazzi e il vulcaniano. Il capo è chino e lo sguardo è rivolto ad un punto imprecisato del pavimento dove giacciono i resti di quello che prima era un misto di verdure in umido, galleggianti in un lago di latte di soia. Le pare di sentire qualcosa, una voce indistinta provenire probabilmente da uno dei balordi seguita da una risatina irritante, ma non vi presta attenzione. <<guarda che spreco. La prossima volta stai più attento, ok?.>> esordisce dopo alcuni secondi passati in silenzio. Il capo si alza e lo sguardo impassibile rivela due occhi privi di pupilla, neri e penetranti che accentuano il volto inespressivo. Con tono freddo della voce continua rivolgendosi al vulcaniano. <<ti vuoi muovere? Dobbiamo aspettarti ancora? E’ tardi per fare di nuovo la fila. Ti do quello che ho lasciato.>> Fa un leggero scatto all’indietro con la testa per fare cenno al ragazzo di seguirla. <<quello che accadrà in seguito, dipenderà solo da loro>> pensa. La calma è solo il preludio alla tempesta che verrà.
#5

Salkhar
Vulcan/Romulan
Era evidente che l’autore dello spintone non intendesse andarci leggero, ma per un umano, anche particolarmente dotato, sarebbe stato difficile far perdere l’equilibrio al vulcaniano anche se c’avesse impiegato tutta la forza che aveva in corpo. Mettere al tappeto quel giovane mezzosangue, all’apparenza così gracile, non era certo un’impresa semplice, a meno che non si possedesse la forza di un Klingon. E forse neppure sarebbe stato sufficiente. D’altronde, le condizioni climatiche ed atmosferiche di Vulcano erano ben note a tutti gli studenti che avessero anche solo un minimo d’interesse per la storia e la geografia dei pianeti della Federazione, anche se non proprio tutti potevano essere a conoscenza dell’importanza che i vulcaniani attribuivano all’indipendenza. Riuscire a sopravvivere in condizioni estreme, mettersi continuamente alla prova, superare se stessi erano, per i vulcaniani, condizioni necessarie, già da molto piccoli, a temprare mente e spirito e solo i più forti restavano in vita per essere riconosciuti quali parte integrante della loro gente. Così era stato all’inizio tempi e così sarebbe stato anche in futuro e nessuno aveva mai pensato fosse il caso di cambiare le cose. Anzi, era indispensabile non dover gravare sulle spalle del prossimo, nemmeno su quelle dei propri genitori, in una società che aveva posto la Logica alla base di tutto, della vita e dell’essere stessi. Cosa potevano rappresentare una spintarella e un paio di offese in confronto al ricordo dei giorni del Kahs Wan, trascorsi in completa solitudine nel deserto della Fornace, con neppure il minimo indispensabile a disposizione e all’età di soli sette anni? Perfino l’addestramento militare dell’Accademia sembrava una passeggiata al parco, al confronto. Ciononostante un risultato l’umano era riuscito ad ottenerlo: adesso doveva rifarsi tutta la fila se aveva intenzione di mettere qualcosa sotto i denti. Il solo pensiero avrebbe fatto rabbrividire anche il più virtuoso degli individui, visto quanto c’aveva messo per mettere assieme un paio di pietanze scialbe, che in tutta probabilità neppure avevano tutto questo sapore, per lui. Ma non era la prima angheria di quel tipo che subiva dal fantastico trio dei co*****i repressi (due umani ed un andoriano), come molti studenti solevano soprannominarli. Ormai c’aveva fatto il callo a tal punto da non avere neppure più voglia di controbattere. “Sei superiore.” Gli aveva ripetuto Sorak ogni volta che s’erano trovati a parlarne. “Gli emotivi compiono spesso atti illogici.” E aveva ragione. Più conviveva con umani, orioniani, bajoriani, più se ne rendeva conto. Atti di violenza gratuita, offese, follia improvvisa, rifiuto del criterio, su Vulcano costavano l’emarginazione, se non l’esilio dal pianeta, com’era accaduto per suo nonno, mentre sulla Terra erano eventi all’ordine del giorno. E ora che si trovava ad osservare quello che era solo il lontano ricordo del suo pranzo, si chiedeva se quello spreco non fosse un cazzotto in pieno viso a tutti quelli che, in passato, avevano dovuto patire la fame. Un sopracciglio si sollevò, forse di interdizione, al sol pensiero. “Illogico.” Esordì dal nulla, suscitando le risate dei membri del terzetto, uno dei quali (il più grosso), avanzò di qualche passo solo per afferrargli una spalla e spintonarlo nuovamente, tanto che il giovane genio fu costretto ad indietreggiare di un paio di passetti.
“Che hai detto, vulcan?” Che Sanders usasse quel nome come un dispregiativo era ormai chiaro anche al giovane mezzosangue. “Adesso vorresti dare la colpa a noi perché tu sei una mammoletta?” Sbatté le palpebre un paio di volte, il mezzosangue, mentre si chiedeva che bisogno avesse il bullo di alzare la voce a quel modo quando poteva sentirlo benissimo, a mezzo metro di distanza. Ah, certo... Quasi dimenticava che sbraitare minacce infondate fosse il modo degli umani di dimostrare autorità e potere.
“Affascinante.” Rifletté tra sé e sé, la voce atona. “Perfetti esempi viventi di homo sapiens, direi.” La sua fu una semplice constatazione, espressa con una calma insolitamente piatta e che gli diede l’opportunità di osservare da vicino il repentino cambiamento emotivo del suo aggressore. Non era necessario essere campioni di sensibilità per capire che a Sanders non aveva fatto particolarmente piacere il commento e avrebbe sferrato un pugno ben assestato sulla mascella del vulcaniano, se una giovane sconosciuta non avesse pensato che fosse il caso di darci un taglio. Si frappose tra loro, quella che all’apparenza sembrava solo un altro essere umano, ma Salkahr aveva già avuto a che fare con altri betazoidi ed era troppo acuto per lasciarsi sfuggire anche il più insignificante dei particolari. E, in questo caso, dal momento che la studentessa si rivolgeva a lui guardandolo dritto negli occhi, era impossibile si sbagliasse.
“Le assicuro che non sarebbe accaduto se…” Non ebbe la possibilità di concludere. La voce della nuova venuta, con quello sguardo che la rendeva così poco incline ad ammettere giustificazioni, si sovrappose alla sua, zittendolo istantaneamente. Gli ci vollero pochi istanti per realizzare che quello della betazoide fosse un piano per tirarlo fuori da quella situazione scomoda e lo sguardo saettò prima verso il furibondo Sanders, poi tornò sulla figura della giovane donna. E ora? Che diavolo doveva fare? Affrontare la situazione e rischiare di scatenare una rissa o mentire per la prima volta nella sua vita? “A-ah, io, ecco…” La decisione più difficile della sua giovane vita! Se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe volentieri chiesto consiglio a Sorak su quale fosse la cosa più logica da fare! Ma parve aver deciso la betazoide per entrambi: l’invito a seguirla dava poche possibilità di tirarsi indietro e, non poté che annuire in risposta, il vulcaniano che, se non fosse stato per l’incertezza momentanea, non avrebbe dato motivo a nessuno di sospettare di nulla. “Mi-mi dispiace, arrivo sub…” Ancora una volta fu interrotto nel mezzo, quando d’improvviso la betazoide gli volò addosso, letteralmente – per l’esattezza, qualcuno ce la spinse – facendogli quasi perdere l’equilibrio per la sorpresa. “E levati di mezzo, tu!” Anche questa volta l’autore, che aveva chiaramente alluso alla giovane donna, era un personaggio originariamente estraneo alla discussione. Ma per lo meno indirettamente coinvolto. Un tipo piuttosto grosso (forse un cadetto aspirante alla sezione sicurezza) e dall’aria terribilmente incazzata. Il vassoio doveva essere caduto nei pressi del suo tavolo, imbrattandogli la divisa di una lunga ed evidente colata di latte di soia e non l’aveva presa con filosofia, a giudicare dall’espressione che rivolse ai veri responsabili dell’accaduto.
“Sanders, brutto bastardo, se vuoi rompere il c**o a quel pi********o e alla sua tr*****a vai a farlo da un’altra parte!” Nel frattempo, piccoli gruppi di studenti avevano cominciato a radunarsi attorno ai contendenti.
Dal canto suo, il mezzosangue non fece molto caso a quanto accadeva a pochi passi da loro. Afferrò, invece, la betazoide per le spalle, aiutandola a riprendere l’equilibrio. “Sta bene, signorina?” L’inflessione atona della voce sembrava addirittura irreale. Dava quasi l’impressione di essere un androide. “Mi auguro non sia ferita. Me ne rammaricherei, se così fosse, dopo quanto ha fatto per me. Devo ringraziarLa.”
#6

Amyra Yeerum
Human
A quanto pare non si può nemmeno mangiare in tutta tranquillità. Penso, quando sento il rumore di un vassoio che colpisce un tavolo a pochi metri di distanza dal quello in cui sono seduta. Mi volto nella direzione del rumore, e noto due cose: un cadetto tutto imbrattato dal contenuto del vassoio che ha colpito il suo tavolo e, poco distante, un piccolo gruppetto di studenti, in cui c'è un maledetto andoriano, che pare star importunando quello che sembra essere un vulcaniano.

Sospiro, ritornando a guardare il mio piatto. So che dovrei intervenire, ma non ho la minima intenzione di farlo. Non voglio rovinarmi l'appetito in una questione tra alieni. Se quelli lì vogliono ammazzarsi a vicenda non mi interessa, anzi... sarebbe solo meglio per la Terra. 'sti dannati alieni vengono su questo pianeta e credono di spadroneggiare... mah... sarebbero da buttare tutti fuori! Penso, considerando anche il fatto che non sono nemmeno l'unica dipendente dell'accademia presente nella sala, in questo momento. Se qualcuno vuole intervenire, lo faccia... io non ho intenzione di...

Non faccio nemmeno in tempo a completare la frase, che la situazione precipita. Al "E levati di mezzo, tu!" mi ritrovo costretta a girarmi di nuovo, per scoprire che la 'vittima' colpita dal cibo volante si è alzata, evidentemente incavolata e pronta a fare una strage; che una ragazza - un'umana o una betazoide, molto probabilmente - sembra essere finita in mezzo a tutto quel casino; e che si sta formando un campanello di cadetti, evidentemente intenzionati a non perdersi la rissa.

A questo punto non posso più far finta di niente: potrebbero finirci in mezzo degli umani. Che rottura!

Mi alzo e mi dirigo verso il campanello di curiosi. "Tornate tutti ai vostri tavoli o vi faccio sospendere!" Esclamo, ad alta voce e con tutta la risolutezza di cui sono capace. Cosa che, unita alla mia reputazione di professoressa b******a, teoricamente dovrebbe bastare per far rinsavire almeno i curiosoni. Sempre che, in questo vestito bianco e svolazzante, mi riconoscano come professoressa, ovviamente.
Per quanto riguarda gli alieni che hanno provocato questa baraonda, però, ho qualche dubbio. Dopotutto, considero tutti i non umani dei casi persi, degli elementi non recuperabili. Ma, se riesco, potrei sempre usare questo incidente per farne buttare fuori qualcuno dall'Accademia, cosa che farebbe passare questo incidente da una rottura di scatole a un'opportunità da non perdere.
#7

* Avviso: questa scena è stata scritta al suono di queste due canzoni www.youtube.com/watch?v=Cbenhxn8Xwo
www.youtube.com/watch?v=VmDWHLDRM8k
Potete ascoltarle mentre leggete, tanto per rendere meglio l'idea dell'atmosfera che si respira XD*
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Tan-Kantlya Heparel
Human/Betazoid
In una frazione di secondo, senza ben comprendere chi l’avesse spinta, Tan-Kantlya si ritrova con la schiena premuta contro il petto del vulcaniano, impedendole di cadere a terra come un sacco di patate. A poco servono le parole del ragazzo che, se non fosse per l’atona inflessione della voce, sembrerebbero addirittura gentili. Ora è veramente incazzata nera. Lo sguardo corrucciato punta verso uno degli umani che erano insieme all’andoriano: un tipo alto e di robusta corporatura, dal viso tutt’altro che intelligente, che assisteva alla scena divertito.
Improvvisamente, si sente folgorato da un irresistibile impulso di guardare negli occhi la betazoide. Il sorriso ebete che aveva qualche attimo prima, cede il posto ad una bocca spalancata mentre gli occhi dal taglio all’ingiù, si aprono per lo stupore. Una serie di piccole scariche di adrenalina si propagano per tutto il corpo, mentre un formicolio comincia a tormentargli le grosse mani che, chiudendosi in due pugni, fanno scricchiolare rumorosamente le nocche. Il petto gli brucia, come se avesse inspirato aria calda che fuoriesce violentemente dalle narici tremanti. Il cuore, accelerando i battiti, aumenta la circolazione del sangue alla testa e ben presto il volto assume un colore paonazzo. E’ rabbia! Una rabbia per lui inspiegabile perché non sua: la rabbia di Tan-Kantlya.
Tutto avviene in pochi istanti. Il cadetto che aveva spinto la betazoide si vede letteralmente caricato da quello che sembra un bufalo inferocito, che prima lo atterra, poi lo colpisce ripetutamente in faccia. La testa del malcapitato oscilla come un punching ball, gli occhi roteano alla disperata ricerca di un qualsiasi elemento che gli permetta di capire cosa stia accadendo. Ma la vista è offuscata e i suoni ovattati gli impediscono di distinguere il rumore delle nocche che gli martoriano il viso, dalle voci delle persone intorno a lui. Grida di incitamento si innalzano tra i commensali: << Fallo a pezzi!!! Mi deve dei soldi!!>>, << Sangue!! Sangue!!>>, << C***o fratello. Glieli stai cambiando i connotati, eh? >>. I flebili lamenti del ragazzo, non impietosiscono l’aggressore che ora ha preso a tirargli calci all’addome urlando << Non ti azzardare più a chiamarla T***a. Hai capito sacco di M***a? >>.
Sanders sorpreso dall’improvvisa reazione del suo compagno, e sconvolto dall’ inaspettata presenza della professoressa Yeerum, tenta di porre fine alla rissa. Si avvicina all’amico parando d’innanzi le mani come a voler calmare un cavallo imbizzarrito e si rivolge in tono fermo <<harvey!! Che accidenti ti prende?!! Buono bello, ho detto buono!!>>. Lo afferra per il braccio destro, ma questi si libera in un attimo dalla presa e usando lo stesso, con la violenza di una mazza che fende l’aria, colpisce in pieno torace Sanders che viene scaraventato mezzo metro indietro. Harvey si alza lentamente dal torace del cadetto sul quale era seduto lasciandolo con la faccia ridotta ad una maschera di sangue. Se non fosse stato per i singhiozzi che il ragazzo emetteva, molti avrebbero scommesso che fosse morto.
L’andoriano rialzatosi guarda con astio l’amico, deciso a non far passare liscia un affronto simile subito in pubblico. << Te la sei cercata brutto r*******o. Ti farò ingoiare i C******i.>> Harvey è fermo e fissa il pavimento. La carica di rabbia che aveva dentro è di colpo sparita lasciandolo vuoto e confuso. I fili invisibili che un attimo prima lo manovravano, recisi. Gli occhi cadono sulle mani sporche di sangue. Un << Oooh …>> di stupore è l’unico suono che riesce ad emettere mentre contempla le chiazze lasciate sulla pelle dal fluido vermiglio << Questa qui sembra un coniglietto>> sussurra abbozzando un sorriso d’incredulità nello scoprire che le macchie di sangue possano formare delle graziose figure dalla vaga forma di coniglio. Un vassoio va a colpire violentemente il lato sinistro del volto facendo finalmente sparire quell'espressione idiota. Barcollando indietreggia di qualche passo scuotendo la testa, ma subito riacquista l’equilibrio. Si dice che più sono grossi e più fanno rumore quando cadono, ma il problema è che ce ne vuole per farli cadere. Harvey preferisce non mettersi contro Sanders, e poiché averlo scaraventato via poc’anzi non era dipeso direttamente da lui, cerca di discolparsi. Tuttavia, non ha il tempo di profferire parola che il compagno è già tornato alla carica e lo colpisce ripetutamente con il vassoio impugnato saldamente, che a ogni colpo si deforma sempre di più. Il ragazzo non ha alternativa se non quella di contrattaccare. In pochi istanti i due si trovano a rotolare sul pavimento dandosi pugni calci e morsi e nessuno risparmia forza in ogni colpo che infligge.
Tan-Kantlya, assiste alla scena con un velo di compiacimento, complimentandosi per l’ottimo lavoro. I betazoidi sono pacifici di natura e non posseggono la forza fisica adeguata per resistere ai colpi di una rissa, ma il controllo mentale può rivelarsi un’ottima tecnica di difesa. Mandare qualcun altro a fare il “lavoro sporco” uscendone fuori immacolati era un espediente che la ragazza aveva usato in altre due precedenti occasioni per scampare ai bulli, senza comunque privarsi della soddisfazione personale di vederli gemere a terra. Ora però, la situazione si è fatta incontrollabile poiché gli amici del cadetto picchiato da Harvey sono corsi in suo aiuto gettandosi nella mischia. Si affretta ad afferrare il vulcaniano per un braccio << Andiamo via mentre se le danno di santa ragione!>> . Fa per dirigersi verso l’uscita della sala mensa, portando con sé il ragazzo, ma la figura di una donna, ferma di fronte a lei, la paralizza dal terrore. Gli occhi spalancati si incrociano con quelli della Yeerum. Un senso angosciante di smarrimento inghiotte qualsiasi flebile speranza di farla franca. La mente improvvisamente si oscura e le labbra tremanti farfugliano a malapena una frase : << Siamo nella m***a>>.
#8

Salkhar
Vulcan/Romulan
Le parole di riconoscenza neppure parvero sfiorare l’attenzione della betazoide, che era evidentemente rivolta altrove. Non c’era bisogno di ricorrere a particolari poteri psichici per capire che la giovane ribolliva di rabbia. Il vulcaniano poteva avvertirne chiaramente il corpo tremare sotto i palmi delle mani, che ancora le tenevano le spalle salde nella presa. Una reazione del tutto spropositata, a suo parere, visto che la spinta, seppur rozza, non le aveva procurato danni fisici di alcun genere, ma almeno in parte giustificabile, se considerata da un altro punto di vista. L’uomo dalla maglietta imbrattata, col suo gesto, l’aveva oltraggiata. Non era qualcosa che il mezzosangue poteva comprendere a pieno, ma una volta Holana Laren, la bajoriana del corso di biologia, gli aveva spiegato che certe azioni e certe parole sono capaci di fare più male di un calcio ben assestato negli stinchi. Gli esseri emozionali erano dominati da questa fastidiosa cosa chiamata “orgoglio”, qualcosa di estremamente potente, quanto irrazionale e tanto, troppo facile da ferire. Forse era, in qualche modo, simile a quella sensazione sgradevole che un tempo, quand’era ancora molto piccolo, lo aveva perseguitato, al coro di critiche dei compagni di scuola, che canzonavano lui e suo fratello per la loro natura controversa. Come essere dominati costantemente dalla confusione del caos, quel caos che aveva saputo farsi scivolare addosso, come avevano fatto suo padre e Sorak prima di lui, fino a svuotarsene completamente. Fino a dimenticare.
"Sarebbe saggio da parte sua lasciar perdere, signorina.” Tentò di dissuaderla da un'evenutale reazione, ma si rese conto in fretta che lei non lo stava ascoltando. Stando così le cose, non c’era bisogno di aggiungere altro. Se la betazoide aveva optato per regolare i conti, non era certo un suo problema. Le lasciò libere le spalle, poi indietreggiò di qualche passo, mettendosi in disparte, e restò ad osservare, a braccia conserte. Non che reputasse una rissa tra teppisti particolarmente interessante, ma aveva ancora un debito da saldare nei confronti della sconosciuta, che poco prima non aveva esitato a rischiare di buscarsi un pestaggio al suo posto, nonostante non ve ne fosse affatto bisogno. Era tutta la vita che il mezzosangue si addestrava alla pratica delle arti marziali e la sola forza del suo braccio sinistro, probabilmente, sarebbe bastata a tenere a bada tutti i membri del terzetto… sempre che prima fossero riusciti a resistere alla sua presa vulcaniana. Ma forse non sarebbe stato costretto ad intervenire, dal momento che la betazoide restava immobile nella sua posizione a fissare Sanders e l’intruso che continuavano a lanciarsi addosso insulti gratuiti. E la situazione peggiorò ulteriormente quando Harvey – a suo giudizio, l’elemento peggiore del gruppo – perse improvvisamente le staffe, apparentemente in preda ad un attacco di isterica cavalleria. Le sopracciglia del vulcaniano si sollevarono simultaneamente, in un atto di malcelato stupore. Se la reazione della betazoide gli era parsa esagerata, quella di Harvey, che continuava a malmenare il cadetto insistentemente, era a dir poco assurda, soprattutto considerando il fatto che le offese non fossero rivolte a lui. Avrebbe giurato di aver assaporato, per la prima volta nella sua vita, il gusto dello sgomento, a quella visione.
"Illogico." Esordì dal nulla, incapace di commentare la situazione altrimenti. E pensare che era lui ad averle quasi prese e ad essersi sorbito una sfilza di insulti, eppure era stato l'unico a restare completamente indifferente. Cominciava a sembrargli sensato che battersi per l’orgoglio ad ogni costo fosse controproducente: non si otteneva nulla, se non una visita al pronto soccorso e la sospensione temporanea dalle attività didattiche.
Ma, in verità, c’era qualcos’altro che lo inquietava molto più di tutto quanto il resto: voler restare al di fuori della questione era comprensibile, ma, se nessuno aveva intenzione di intervenire, era proprio necessario, da parte di alcuni, continuare perfino ad incitare? Che gusto ci trovavano nello sfoggio di tanta selvaggia irruenza? E quelli sarebbero diventati i nuovi ufficiali della Flotta Stellare, incaricati di condurre pacifiche missioni esplorative o diplomatiche presso nuove e tollerate civiltà? Forse ora cominciava ad apparirgli evidente il motivo per cui T’maekh non avesse mai particolarmente apprezzato la milizia della Federazione. Eppure il giovane vulcan confidava ancora in una giustizia unanime e nel miracolo della meritocrazia. Ammirava troppo l’operato della Flotta per vivere nel pregiudizio, perché era solo merito della sua efficienza se il popolo di Vulcano, anche se drasticamente decimato, aveva potuto sopravvivere e ripartire da zero.
Già… Escludendo qualche piccola eccezione, la Flotta non era poi così male, dopotutto.
“Ti spacco la faccia, babbeo!” Qualcuno sbraitò in lontananza, catturando la sua attenzione, ma non riuscì ad identificarne la posizione. Dovette, però, ringraziarlo mentalmente, il mezzosangue, per averlo indotto a guardare nella sua direzione: se quella voce non lo avesse attirato, non si sarebbe mai accorto del vassoio che volava dritto contro di lui. Riuscì a schivarlo all’ultimo secondo, tirandosi indietro col busto ed evitandosi di prenderlo direttamente sul naso, perché, a quel punto, neppure la sua superiore forza vulcan sarebbe servita ad impedirgli di romperselo. Forse era davvero arrivato il momento di uscire da lì dentro. Ora che la situazione aveva finito col degenerare, i professori s’erano perfino visti costretti ad intervineire e alcuni di loro li riconobbe pure: Arthur Philip Louis, docente di chimica del primo anno, che cercava di diradare la folla dall’estremo apposto al suo; Alina Kalczynska, docente di biologia del terzo anno, che tuonava di tornare tutti al proprio posto; Amyra Yeerum, la celebre – quanto temuta – docente di xenoantropologia, che cercava di farsi largo tra le masse, a pochi metri dalla causa scatenante. E ci riusciva benissimo. Frequentando alcuni studenti del suo corso, aveva avuto modo non solo di incrociarla diverse volte, ma anche di apprendere aneddoti… interessanti sul suo conto. Non lo sorprendeva constatare che i molti in fuga prendessero seriamente le sue minacce di sospensione. E, probabilmente, anche la betazoide aveva deciso di lasciar perdere con quei teppisti per la stessa ragione. O forse no.
Afferrandogli il polso, la sconosciuta lo invitò a togliere il disturbo e, senza neppure concedergli il tempo di rispondere, cominciò a trascinarlo oltre la calca… ma evidentemente dalla parte sbagliata.
“Ritengo sarebbe opportuno per entrambi prendere l’altra direzion…” Era, ormai, lampante che ragionare con quella ragazza era solo una perdita di tempo. La giovane doveva essere così impegnata ad osservare la rissa, poco prima, da non essersi neppure accorta dell’intervento della Yeerum, incontro alla quale si erano lanciati e dinnanzi alla quale, ora, restavano immobili. Lanciò una rapida occhiata alla giovane, il vulcaniano, al mesto farfuglio di parole che le sue orecchie colsero. Stavolta la sconosciuta appariva in seria difficoltà e gli fu chiaro che fosse il suo turno di occuparsi della situazione: afferrò la mano di lei che poco prima lo tratteneva e, insieme, sorpassarono la Yeerum senza intoppi.
“Non ha nulla da temere, signorina. Nessuno di noi è responsabile di quanto è accaduto.” Da parte sua, era una semplice costatazione logica, ma le sue parole suonarono, in qualche modo, rassicuranti. Ma c’era un particolare di cui non aveva tenuto conto.
“Professoressa Yeerum, è stato quel maledetto vulcan a cominciare per primo! E’ colpa sua! E quella betazoide stava con lui! Ora cercano pure di svignarsela!” La voce di Sanders tuonò alle loro spalle, inducendo il mezzosangue a fermarsi. E l’umano, quando il giovane si voltò, ricevette un’occhiata austera ed intransigente, che stonava decisamente coi tratti ancora infantili del suo viso.
“Prego?” Il tono piatto, schifosamente piatto, e completamente calmo non servì, comunque, a rendere quel retorico interrogativo meno minaccioso.
#9

Amyra Yeerum
Human
A quanto pare i cadetti mi hanno riconosciuto e il fatto che molti si volatillizzino alla mia apparizione lo dimostra. Ma anche il passaparola che si è creato mi sta facilitando il compito di farmi largo tra gli studenti ammassati. La frase che sto sentendo di più, in effetti, è proprio: "È la Yeerum!", pronunciata con almeno un po' di timore... se non direttamente terrore, e la cosa mi fa parecchio piacere. Anche se questo piacere non basta a cancellare il dispiacere - se non la rabbia - che provo per non aver potuto mangiare in santa pace. E qualcuno pagherà le conseguenze di aver interrotto la mia pausa pranzo, questo è certo.

La situazione, intanto, sta peggiorando. La rissa è diventata un vero proprio pestaggio, da quello che posso vedere e sentire. Storco la bocca, quasi disgustata nel vedere come i cadetti della Flotta possano dimostrarsi dei veri selvaggi senza cervello... ma continuo ad essere convinta che la vera causa scatenante di tutto questo sia un alieno. Quindi, ho intenzione di interrogare almeno quel vulcaniano che è sembrato trovarsi in mezzo alla rissa sin dall'inizio. Non posso ancora essere certa che lui sia il colpevole, ma di certo è il sospettato numero uno.

Nemmeno faccio in tempo a finire di pensare al vulcaniano che me lo trovo di fronte a me, accompagnato dalla stessa ragazza di prima. Mi fermo, fissando lei con attenzione: ora che la vedo da vicino, non posso fare a meno di rendermi conto che il suo volto mi è famigliare. Certo! È quella betazoide che frequenta il mio corso! Penso. Non che io mi ricordi tutti i volti dei miei studenti, ma presto particolare attenzione agli alieni... soprattutto a quelli che, come i betazoidi, a prima vista possono sembrare umani.

Mentre mi son persa a fissare la betazoide, ora da me considerata una dei sospettati principali, i due mi sorpassano. Sto per girarmi per chiedere loro di fermarsi, quando un urlo attira la mia attenzione: “Professoressa Yeerum, è stato quel maledetto vulcan a cominciare per primo! È colpa sua! E quella betazoide stava con lui! Ora cercano pure di svignarsela!”. La voce mi è alquanto famigliare: si tratta del cadetto Sanders... un umano, oltre che una delle persone che mi mostrano più referenza.

Mi volto, cercanoddi ignorare il “Prego?” del vulcaniano. Ah! Ora vuole fare l'angioletto?
"Voi due!" Esclamo, rivolta a lui e alla betazoide. "Non provate nemmeno ad andarvene: ho delle domande da farvi. Anche tu, Sanders... mi servi da testimone."
#10

Tan-Kantlya Heparel
Human/Betazoid
Per un lungo istante Tan-Kantlya resta paralizzata davanti alla professoressa che sembra averla riconosciuta. I piedi sono tutt’uno col pavimento e il respiro si fa sottile come se servisse a renderla invisibile. Quella donna ha molto potere nella giurisdizione scolastica. Se è uno studente alieno ad essere malmenato da umani, un mese di sospensione è il provvedimento più severo. Quando accade il contrario invece … Se la professoressa avesse scoperto che era indirettamente responsabile del pestaggio, sarebbe stata rispedita sul proprio pianeta. L’umano picchiato da Harvey era stato solo un “incidente di percorso”, il vero obbiettivo avrebbe dovuto essere Sanders. Purtroppo la sua estrema emotività aveva nuovamente avuto la meglio sulla capacità di controllo dei poteri psionici.
La mano del vulcaniano che stringeva fino a qualche secondo prima, improvvisamente si libera dalla presa e afferra saldamente la sua trascinandola via dallo sguardo indagatore della donna. << Non ha nulla da temere, signorina. Nessuno di noi è responsabile di quanto è accaduto.>> afferma il ragazzo con un tono che sembra rassicurarla mentre s' incamminano verso l’uscita della mensa. << Ha ragione>> pensa. Pochi betazoidi sviluppano il controllo mentale, e coloro che lo posseggono, sicuramente non lo impiegano in maniera così poco ortodossa. Inoltre i poteri telepatici della Yeerum non hanno alcun effetto su di lei. Sarebbe stato dunque sufficiente mantenere i nervi saldi per avere buone probabilità di uscire da questa rischiosa situazione. Il vulcaniano, con una semplice constatazione era riuscito a riportare in lei la calma e la risolutezza. Quando tutto sarebbe finito, lo avrebbe ringraziato.
<< Professoressa Yeerum, è stato quel maledetto vulcan a cominciare per primo! E’ colpa sua! E quella betazoide stava con lui! Ora cercano pure di svignarsela!>>. Alle parole di Sanders il passo del ragazzo si ferma di colpo. La schiena ampia s'irrigidisce, mentre le spalle magre si tendono leggermente all’indietro. Il capo che era piegato in avanti, lentamente si alza. Non può vederlo, ma Tan-Kantlya giurerebbe che lo sguardo del vulcaniano stia fissando un punto imprecisato davanti a se. Appena si gira rivela un volto calmo e freddo. Sembra che la provocazione dell’umano l’abbia lasciato del tutto indifferente. La ragazza esamina attentamente il viso del ragazzo, intento a guardare Sanders, cercando un impercettibile segno che provi una qualche reazione emotiva, ma niente. C’è qualcosa di strano in quest’individuo, ma Tan-Kantlya non riesce a focalizzarlo. Come faceva a non reagire a una provocazione simile? Si era limitato solo ad un “Prego?” e poi totale silenzio …
... Silenzio? Ma certo, il silenzio! Se fosse stata accanto ad un’altra persona adesso avrebbe avvertito la rabbia o il disprezzo bruciarle sulla pelle. Avrebbe sentito ogni singolo pensiero come se fossero pronunciati ad alta voce. Invece la sua mente è muta, nessuna sensazione trapela. Tutto ciò che avverte è solo silenzio, per la prima volta da quando è entrata in accademia. Questa sensazione un po’ la inquieta, ma allo stesso tempo le dona pace. Chiude gli occhi e inspira profondamente per trattenere quella sensazione di quiete il più a lungo possibile. Il volto assume un atteggiamento calmo e distaccato e riaprendo gli occhi, volge lo sguardo alla professoressa che fino a qualche minuto prima le incuteva timore. Intorno a lei ogni cosa perde la propria tangibilità divenendo incorporea. Niente persone, niente voci, nessun elemento che la distragga dal fissare la Yeerum. << Mi perdoni professoressa, ma è forse una colpa quella di intervenire pacificamente per porre fine ad un maltrattamento ai danni di questo ragazzo? Io mi sono semplicemente attenuta a ricordare il rispetto verso la diversità di ogni singolo individuo, ideale che è alla base dell’accademia e della Federazione stessa. Mi scuso con il signor Sanders che ha evidentemente frainteso le mie buone intenzioni>> Poi, rivolgendosi a quest’ultimo continua << Il suo atteggiamento mi stupisce, caro collega. Preferendo accusarmi ingiustamente piuttosto che esprimermi le sue opinioni democraticamente, mi induce a pensare che lei non sia l’uomo che professa di essere. Spero, per il bene del suo decoro personale, che si sia trattato di un caso isolato>>.
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